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Redazione Nerospinto

Redazione Nerospinto

URL del sito web: http://www.nerospinto.it

Dalla decostruzione degli abiti alla decostruzione del brand.

Martin Margiela, designer belga, simbolo della moda concettuale senza tempo e di uno stile pulito, esce dalle vetrine esclusive delle aristocratiche maisons per portare le sue iconiche creazioni destrutturate sugli stand del più grande magazzino low cost, offrendosi così, per la prima volta, ad un bacino di consumatori ampio e popolare.

Dopo altri casi di indiscutibile successo, anche la Maison Margiela si attesta tra i migliori esempi di “mass-tige”, termine che sottende l’unione di una logica distributiva mass market al concetto di “prestige”. Ed è subito delirio di pubblico e incremento di notorietà.

Tra i primi esempi di questo trend crescente ci fu Karl Lagerfeld, che qualche anno fa presentò la prima capsule collection in partnership con H&M.

Donne che fino a quel momento ignoravano l’esistenza dello stilista di Chanel, sentirono il bisogno di avere un suo capo nel guardaroba, a costo di montare una tenda la sera prima del lancio davanti ad uno store H&M, così da avere la certezza di potersi accaparrare un “pezzetto” di quel sogno che lo stilista aveva prima realizzato solo per un’élite di dame facoltose.

Karl Lagerfeld intuì, pioneristicamente e non senza critiche da parte di chi poi lo avrebbe emulato, come la moda, in un’epoca permeata da accelerate trasformazioni sociali, di crescenti orientamenti etici dei consumatori e di continue oscillazioni economiche, fosse costretta ad abbandonare le proprie stanze dorate nelle vie noiose e solitarie dello shopping, per calarsi tra i comuni mortali nei quartieri più popolari e in fermento.

Questa scelta non fu dettata da un nuovo impulso magnanimo di cui la moda, per sua definizione, ne è esente. Fu, al contrario, una strategia vincente legata alla florida sopravvivenza di un brand.

La cultura popolare e giovanile infatti, insieme alle suggestioni degli stilemi passati, da sempre rappresentano le fonti di ispirazione sull’impulso creativo di un designer.

Si rende così necessario restituire alle stesse fonti creative il risultato del proprio lavoro.

Per incrementare la notorietà, per elevare gli utili su altri canali di distribuzione, per dialogare con i corpi e il mondo da cui traggono ispirazione. Il pop è l’imprescindibile linfa vitale che alimenta il successo di una griffe, indipendentemente dal suo posizionamento su fasce di prezzo elitarie.

Non sorprende, infatti, come la ricerca degli stilisti che precede la gestazione di una collezione avvenga sempre più tra le bancarelle dei mercatini in giro per il mondo.

Il concetto di esclusività si toglie, dunque, la corona e si cala nel pop-olare. Non vige più il dogma secondo cui “esclusivo” sia per pochi perché costoso, si fa sempre più spazio la tendenza per la quale l’esclusività sia frutto di una scelta estetica personale e originale, espressione di un messaggio di chi indossa. Un paradosso necessario: i grandi imperatori della moda trovano la salvezza del proprio regno solo se sono in grado di conquistare – anche – una larga adesione popolare.

Questa strategia non sembra nuova e fa pensare ad una regina che dal palazzo lancia croissant per avere salva la testa; seguendo il parallelismo, la storia ci ricorda che tale gesto non è automaticamente salvifico. Ma per fortuna loro, in questo caso non ci sono le teste degli stilisti a correre il rischio di sanguinare, ma le griffes e i gruppi finanziari proprietari che ne stanno a capo e non comprendono il fenomeno; e dall’altra parte ci siamo noi, un popolo non affamato di pane ma con il mesto desiderio di poter vestire nel modo che meglio ci rappresenta. Operazione in ogni caso possibile, senza scomodare nessuno dai palazzi dorati.

Ed ecco quindi, subito dopo una discutibile collezione di accessori di Anna Dello Russo, il nuovo regnante democratico che si aggira tra i sobborghi della città in cerca di consensi e riconoscibilità:

Martin Margiela, un genio indiscusso che resta fedele al proprio dogma. Per H&M ritroviamo una collezione iconica e d’avanguardia che rappresenta appieno il suo stile: decostruzione delle forme classiche degli abiti per una nuova concezione dei volumi e delle linee; cura apparentemente sartoriale nei dettagli e nell’esposizione dell’anima dei capi: le fodere emergono e si fanno visibili, mostrando la struttura, le maniche si staccano, si allungano, si rimontano in modo originale. Questo modus operandi riprende una pratica non nuova nella moda. Già nei fenomeni punk e street si tagliavano tshirt e si strappavano jeans con l’idea di infondere un nuovo impatto a capi già confezionati, per dargli un nuovo volto più attuale e per trasformarli in un veicolo del messaggio generazionale.

L’unico elemento che manca, è la qualità dei tessuti: il mass market impone dei limiti e la realtà emerge al tatto.

Il risultato è quello atteso: una grande opera di stile, frutto di una personalità geniale a poco prezzo. Da guardare, apprezzare e indossare con cautela.

Lunedì, 10 Dicembre 2012 22:12

If I had to call it something

"(…) if I had to call it something, I’d called it something like dreamy folktronica".

Mikey Maramag ha ragione da vendere. E io voglio comprarla tutta questa ragione.

Il suo ultimo progetto, Blackbird Blackbird - Boracay Planet, è esattamente questo:

un paesaggio sonoro raffinato, costruito con arrangiamenti gentili che non mancano di carattere.

Boracay Planet è un luogo fatto di suggestioni, estatico e senza materia, dove forme e contorni si sciolgono, districandosi in un incalzare fiero di chitarre, archi e tamburelli baschi.

Voci - poche - e suoni - tanti, un mix perfetto di accordi e beat sincopati - evocano ricordi di spazi lontani e sconosciuti, così familiari al tempo stesso.

È l'eco di un incubo sottile e la promessa di un paradiso artificiale, "It's a war".

E' un luogo dove esiste qualsiasi cosa, è "All". Suona come un mantra, trasforma le coscienze, le riveste d’ovatta e le trasporta in uno spazio abitato da sirene.

Boracay Planet è un EP imperdibile.

Musica per astronauti.

 

Bandcamp

[soundcloud]https://soundcloud.com/blackbirdblackbirdsf/its-a-war[/soundcloud]

[soundcloud]https://soundcloud.com/blackbirdblackbirdsf/all[/soundcloud]

 

 

Giovedì, 10 Gennaio 2013 22:08

Nero.Mixtape ►► #1

"Io esco.

Anzi no. Che qui fa freddo, e io il freddo lo soffro.

Sigarette.

Mandarini rigorosamente senza semi.

Combo killer calzedilana-pavimentoscivoloso.

Foto istagrammate di gente cristallizzata sulla neve.

Altre sigarette.

Tazze fumanti in cucina.

Tazze ibernate in bagno.

Ancora sigarette."

 

Musica.

Per spiare gennaio dalla finestra di casa.

 

 

Lunedì, 10 Dicembre 2012 21:57

Lou Reed, inguaribile trasformista

Iniziamo dai giorni nostri. Partiamo pure dalla fine, andando poi a ritroso, e citiamo il nome di una donna, Lulù, che è anche il nome di un disco. Lou Reed con i Metallica (2011), non è uno scherzo e non so quanti tra i rispettivi fan abbiano gridato allo scandalo. Magari gli adepti del newyorkese hanno addirittura pensato: “Ancora? Dai, basta con queste cose folli, rimani per un po’ te stesso”. Il Problema è che Lou Reed ama questi giochini, desidera ardentemente fare qualcosa di diverso, cambiare e trasformarsi – da solo o grazie ad altri – per creare qualcosa di cui parlare. Sì, perchè le sue molteplici facce non sono state apprezzate da tutti, c’è chi storceva il naso e chi lo avrebbe adorato comunque, anche se avesse deciso di musicare un film Disney.

Lou non arrivò a tanto nemmeno con i Metallica. Forse l’opera più discussa e distante da tutto ciò che ha fatto è stata Metal Machine Music (sottotitolo: An Electronic Instrumental Composition, 1975): cacofonie, distorsioni, rumori e riff messi insieme a differenti velocità. C’è ben poco di melodico o di classic, anche se, in un’intervista a Lester Bangs, il musicista dichiarò che nella cagnara dell’album erano stati inseriti appositamente dei rimandi a composizioni di musica classica. Cosa significa questo lavoro? Si tratta di una voglia di mandare a quel paese la casa discografica o i fan che richiedevano sempre le stesse canzoni? La RCA Records ha avuto le sue colpe, è vero, chiedendo al musicista di fare un album commerciale (Sally Can’t Dance, 1974) e un Live, in seguito alla pubblicazione di Berlin (1973) imposta da Lou Reed stesso. Berlin risulta essere troppo difficile, anarchico, triste e non ha riscontri di pubblico e di critica anche se si tratta di un lavoro elevatissimo, ovvero uno dei dischi fondamentali di Lou Reed.

Ma cosa ci fu prima di questi album e dopo che Lou Reed ebbe abbandonato i Velvet Underground (durante le registrazioni di Loaded, 1970), per ritirarsi in disparte a “leccarsi le ferite”? Dopo il suo primo e omonimo disco da solista (un flop), la stessa RCA gli presentò David Bowie (divenuto famosissimo all’epoca), proponendogli di farsi produrre il disco con Mick “Ronno” Ronson: due pesi massimi della musica, in pieno periodo glam. Lou accettò, l’affinità con loro cresceva di giorno in giorno e iniziò anche a collaborare con i musicisti (assolutamente degli estranei per lui, non aveva più un gruppo al suo fianco). Lou Reed cambiò in qualcosa di più glam, molto più vicino all’immagine del periodo di Bowie: trucco pesante giapponese, contorno occhi neri e sbrilluccichini vari.

Siamo nella Londra degli anni settanta ma il mondo della Factory e la persona di Andy Warhol non scomparirono, anzi, furono d’ispirazione per i testi delle canzoni di Tranformer (1972). La copertina del disco è un chiaro riferimento al decadentismo del periodo, i testi portano alla luce alcune zone, alcuni personaggi e delle tematiche che difficilmente resisterebbero in classifica: Lou assieme ai due produttori riuscì a fare questo ed altro. “Vicious” è nata da una richiesta di Warhol che voleva un testo per parlare del vizio e del rapporto tra amanti, un rapporto sado dove si picchia il partner con un fiore (cantato ambiguamente su un rock gaio: Vicious, you hit me with a flower, You do it every hour oh baby, you’re so vicious); “Andy’s Chest” è una filastrocca piena d’amore e d’odio, dedicata sempre a Warhol dopo che rischiò di morire per mano della femminista Valerie Solanas. La jazzy song “Perfect Day” è perfetta sul serio, tanto da ritornare in classifica, al numero uno, anche dopo venticinque anni (nel 1997, fu scelta dalla BBC come singolo in favore dell’UNICEF e cantata da diversi artisti).

“Satellite of Love” è la ballata glam per eccellenza, David è straordinario e il suo accompagnamento vocale è da brivido; il testo è ironico e beffardo e parla fondamentalmente di gelosia, ma di quella pesante. “Make Up” è l’inno al travestitismo sostenuto dalla tuba di Herbie Flowers e da queste semplici parole: Now, we’re coming out of our closets, Out on the streets. “New York Telephone Conversation” è in presa diretta: assieme alla voce di Reed c’è quella di Bowie e l’atmosfera è frivola, quasi si fosse in un cabaret, dove le persone non smettono un secondo di chiacchierare sui pettegolezzi del momento.

“Walk On The Wild Side” è il singolo, e un pezzo enorme nella sua semplicità, con un contrabbasso e un basso che, assieme a una batteria suonata con le spazzole, formano lo scheletro portante e ritmico. Lou Reed doveva fare delle canzoni per adattare il libro di Nelson Algren, A Walk on the Wild Side (1956), che Andy Warhol voleva trasportare a teatro; non se ne fece più nulla ma a Reed rimase questo brano che raccontava di spacciatori, attori, travestiti e drogati che giravano attorno alla Factory. Insomma, ha fregato tutti anche la BBC, che la fece passare parecchio senza capire fino in fondo il testo, forse perché sedotta dal sax finale di Ronnie Ross: una bomba.

Che sia stato tutto un compromesso, un travestitismo per diventare famoso o che sia solo l'inizio dell'evoluzioni di Lou Reed, cosa importa? Lui stesso, davanti alle telecamere disse: “E’ solo un album. Sono solo canzoni su un semplice album. Si fa un album e si ha tutta la vita d’avanti”.

 

Andrea Facchinetti

 

Venerdì, 07 Dicembre 2012 22:14

La Piccola Cucina Parigina

Ed il tam tam cadenzato del tacco 10 che scandisce il tempo impietoso che vola, trascinandosi con sé la piega fresca della mattina, il trucco ben definito e magari la gonna che, a forza di correre a destra e a manca si disfa un po'.

Guardiamo l'orologio ed in quel breve attimo stiliamo una lunga lista di "cose da fare": passare dalla tintoria, fare benzina, chiamare quella tua amica che ti dice sempre "non ti fai mai sentire" (che ti verrebbe da voler avere poteri  telepatici così, mentre comunichi con chi vuoi solo col pensiero, puoi fare altre mille faccende, magari anche metterti lo smalto decentemente).

Ti sei dimenticata di andare in palestra!? Poco male, magari consideri ' idea di stare un po' con te stessa a casa , col tutone e una tee comoda sotto un cardigan maschile.

Magari, prima passi in libreria…

Questo luogo che ti abbraccia, ti rilassa il cuore e ti coccola con parole giuste lette aprendo un libro preso a caso dallo scaffale.

Non sei sazia, rimarresti in quel luogo tutto il giorno, ma non sarebbe  mai abbastanza il tempo per scoprire tutti i tesori che ne cela.

Edith Piaf di sottofondo, ti catapulti ad immaginarti a Parigi, magari ti vedi specchiata sulla vetrina di un qualsiasi negozio degli Champs Elisée con l'anima leggera, due belle decolté rosse ai piedi ed una Cloche che non ti guasta la piega fresca di coiffeur.

Andar troppo di corsa crea languore, torni alla realtà scoprendoti nel reparto cucina, attirata da una copertina che profuma di Baguette, le pagine sfogliate che sanno di coque au vin, pain pardu e crème brulée, il tutto accompagnato da un corposo Syrah della valle del Rodano.

E' uno di quei ricettari che non puoi non mettere nella libreria, perché fa parte di quelli che saziano gli occhi oltre che lo stomaco.

Rallenta il tempo pagina dopo pagina, perché anche le foto meritano l'attenzione di uno sguardo meno fugace.

Niente di meglio, allora, che portarselo a casa, mettersi sul divano, e con una buona tazza di tisana fumante, gustarselo avvolte da un morbido plaid.

Autore:

Rachel Khoo Foto di David Loftus 32,00 €

288 pagine Formato: 189 x 246 mm Edizione rilegata con copertina rigida e sovraccoperta a colori

Bonne Lecture

Monia Rossi

 

Perché entrare in una libreria in cui si vendono solo libri scritti da sole donne?

Perché entrare alla Libreria delle Donne?

Perché entrare in un luogo nato per l’esigenza sovversiva (nel 1975, anno di fondazione) di aprire una libreria esclusiva per il sesso “senza scrittura e assente dalla storia”?

Tralasciando discorsi di politica del sé e schieramenti di sorta, il perché lo scelgo nel viso androgino, malinconico ed elegante della scrittrice Annemarie Schwarzenbach.

Eclettica, errabonda, controcorrente, contestata, Annemarie, nata in una famiglia di industriali svizzeri facoltosi nei primi anni del secolo scorso per il quale il “buono”, come lo intendeva Nietzsche, era rappresentato dalla forma, dalla rigidità dell’educazione imposta alla figlia terzogenita, dal regime autoritario e repressivo e dalle forti simpatie naziste.

Il senso di colpa di Annemarie, parlando sempre in termini nietzschiani, scaturito dalla “morale del risentimento” verso un nucleo familiare così ossessivo ed ipocrita (la madre Renée perfetta padrona di casa, ma con una relazione mai ostacolata, né da marito né dai figli, con la cantante wagneriana Emmy Kruger che viveva in casa Schwarzenbach e alla quale venivano riservate attenzioni da ospite speciale), ha partorito una delle più grandi personalità innovative del secolo scorso.

I viaggi, in Afghanistan, Persia, America e Africa, sempre documentati da scritti e perfette fotografie del bel volto serioso della scrittrice-fotografa, si intrecciano in un concerto di turbolente vicende omosessuali, vissute apertamente, mai pienamente ricambiate: Erika Mann (figlia del ben più noto Thomas) che la iniziò alla dipendenza dalla morfina, la compagna di viaggio Ellie Maillart, l’americana Contessa Margot Von Opel, per citare gli amori più contrastati ed importanti, arrivando ad un matrimonio di copertura con l’effemminato, amico e diplomatico, Claude Clarac.

La solitudine di Annemarie arriva a farle valicare ostacoli geografici e culturali, documentati da scritti il cui leit-motiv di tristezza e riflessione esistenziale vengono incarnati da un suo alter ego maschile, somigliante a lei nei lineamenti e nelle esperienze di vita, il quale cerca, nella “purezza” della semplicità dei popoli visitati, una panacea allo spleen e l’oblio che libera dalla “cattiva coscienza” radicata nella memoria.

Questo il motivo per entrare in un luogo tutto al femminile ed essere inevitabilmente attratti da un volto, da una storia, e preferirla alle altre narrate delle autrici presenti in questa libreria.

Nelle nostre esistenze, maschili o femminili, siamo stati tutti, almeno una volta, Annemarie Schwarzenbach: lo sguardo attraverso l’obiettivo rivela la propria estraneità.

Libreria delle Donne via Pietro Calvi 29 Milano.

 

Un articolo capitato per caso, un argomento capitato per caso, un titolo dato all’istante; si sa che, alla fine, le migliori prodezze umane sono quelle che nascono dall’istinto, senza stare a pensarci molto su (concetto, tra l’altro, linkabile ad uno yogico).

Questo è, in realtà, un articolo “compendium” di tutti i quesiti che mi sono stati fatti in questi anni sullo Yoga e dintorni.

Domande anche banali, se vogliamo, ma che, alla fin fine, a tutti sono sorvolate nella mente per almeno mezzo secondo, soprattutto quando ci si affaccia o ci si interessa a qualcosa di nuovo o esotico.

Nessuna vergogna e nessun imbarazzo: l’uomo è un animale curioso di natura e la paura di chiedere è sempre stata un limite, non una sua caratteristica innata.

Un giorno, mentre ero al Frida a bere qualche birra (diciamo qualche), una ragazza con cui stavo scambiando quattro chiacchiere mi chiese:

“ Sai, mi sono iscritta a Yoga ma non ho chiesto mica come si va vestita…tu come ci vai V?”

L’argomento “come vado vestito”, soprattutto a Milano, è scottante e a momenti fondamentale. Arrivando da un paese molto caldo come l’India lo Yoga meno si pratica vestiti meglio è. La comodità è un must che nello Yoga premia come premia il fatto di vestirsi leggeri.

Al contrario di quello che comunemente si pensa, lo Y. è una disciplina che può produrre sudorazione poiché le Asana (posizioni yogiche) stimolano le ghiandole del nostro corpo tra cui quelle sudoripare. Quindi,tra gli innumerevoli effetti prodotti dalla pratica dello Yoga sulla fisiologia dell’intero sistema psico-fisico, esiste ed è auspicabile la possibilità di sudare in maniera diversa per ognuno.

Questa disciplina favorisce una forte attivazione energetica e la sudorazione è uno degli effetti più fisici e evidenti, collegata ad un processo di purificazione che iniziando dal corpo (eliminazione di tossine attraverso il sudore) arriva sempre più all’interno.

Un buon insegnante, inoltre, apprezza l’allievo con più parti del corpo visibili (gambe e spalle soprattutto) in modo tale da correggere eventuali errori durante la pratica della postura.

In tram ero con un cliente mentre andavamo in una location. Parla del più e del meno, cosa fai e cosa non fai e la domanda a brucia pelo fu:

“ Eh ma V, piedi scalzi o calzine antiscivolo quando fai Yoga?”

Sembrava un po’ una domanda alla “ma tu chi voti alle elezioni?”, mi fece sorridere un po’ fino a quando ripresi un tono semi-serio. I piedi sono scoperti nello Yoga per apprezzare il contatto della pianta del piede con la terra/pavimento (che di solito è in legno). Il contatto del piede nudo con la materia ci fa riscoprire il concetto molto importante dello stare scalzi con la pianta del piede così com’è, senza “filtri” come la gomma delle scarpe o i tacchi. E’ proprio stando semplicemente in piedi a piedi nudi che ci rendiamo conto, anche da soli, dei nostri squilibri posturali o se graviamo di più su una gamba piuttosto che su un’altra. Inoltre, se come me si soffre di crampi da piede cadaverico e freddo, ci sono dei massaggi di preparazione per riscaldare le basi (i piedi in questo caso) delle posizioni yogiche.

Ma poi, facendo scendere di un gradino (anche più di uno) il livello della mia risposta, con il calzino scivoli! E mentre esegui alcune asana rischi anche di aprirti come un compasso! (L’avevo detto che la conversazione stava andando sul pratico).

Inaugurazione di un nuovo negozio in zona Montenapoleone. Una di quelle persone con cui chiacchieravo al bancone del bar mi disse:

“ Massì, lo Yoga è stretching”

Tolgo questa convinzione appena ne sento minimamente l’odore nell’aria. Tralasciando il discorso che per formulare un giudizio su una qualsiasi questione come minimo bisognerebbe provarla vorrei porre l’attenzione su un fattore fondamentale della pratica dello Yoga.

Lo Yoga è uno strumento che agisce sia a livello mentale che fisico. Disciplina la mente e rafforza il corpo ,sia attraverso un’azione che scaturisce dai muscoli ,ma soprattutto da uno stato di maggiore consapevolezza di sè. La pratica deve avere vigore e concentrazione nello stesso tempo. L’intensità necessaria per praticare lo yoga nasce da una respirazione equilibrata e consapevole in cui non bisogna esser né troppo avari né troppo precipitosi nell’utilizzare il proprio corpo. In questo senso mi piace accostare lo Yoga alla via di mezzo del Buddhismo o al famoso detto latino in medium stat virtus.

Il Circo delle pulci, meravigliosa manifestazione multisfaccettata e coloratissima. Un venditore, sentendomi parlare di una posizione yogica mi disse:

“ Eh ma io non riuscirò mai a fare tutte le posizioni dello Yoga”

Beh, neanche io! Ovviamente noi siamo occidentali e come tali fin da bambini non c’è stata data la possibilità (se non in rarissimi casi) di sviluppare il nostro corpo in modo tale da renderlo predisposto a tutte le Asana.

A parte ciò penso che l’atteggiamento dell’esser prevenuti sia innanzitutto un auto-limite che ci poniamo prima di provare a fare delle cose. Come mi ha giusto detto la mia maestra di Yoga Manuela stasera “nello yoga nulla è impossibile ma tutto viene raggiunto con un percorso”. Magari non riusciremo per un nostro limite fisico e oggettivo a non fare determinate posizioni dello Yoga ma troveremo anche in una sola Asana il beneficio di tutte le posizioni dello Yoga. E, ricordo, lo Yoga non è solo Asana anche se, erroneamente, nel mondo occidentale, è ciò che si fa vedere maggiormente dello Yoga, in quanto siamo abituati a vedere lo strato superficiale e visivo delle cose.

“ Ma lo Yoga che cos’è?”

Qui non faccio neanche riferimento alle persone che me l’hanno chiesto e alle innumerevoli situazioni in cui mi è capitato che mi facessero questa domanda.

Solitamente la mia risposta è breve ed è una frase rubata da un grande maestro come B.K.S. Iyenegar:

“ Applicando lo Yoga al nostro corpo, il nostro primo strumento, noi impariamo a suonarlo e a trarne il massimo di risonanza e armonia

Per il resto, Yoga è ciò che noi sviluppiamo praticandolo, è superamento delle nostre paure. Se abbiamo paura di noi stessi e del nostro corpo allora ne avremo sempre anche del prossimo.

 

Mercoledì, 02 Gennaio 2013 19:42

È il tetto che ci ripara da impudicizia e volgarità. È il salvagente che ci permette di rimanere in superficie a godere dei raggi di sole. È l’attenzione rivolta a tutte le espressioni artistiche. È uno spazio di dialogo, collaborazione e sperimentazione tra diversi generi e discipline.
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