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Redazione Nerospinto

Redazione Nerospinto

URL del sito web: http://www.nerospinto.it

Noi di Nerospinto amiamo le contaminazioni, (forse lo abbiamo già detto!) e il vapore creativo e geniale che si origina dall’incontro della calda Napoli con la gelida Madre Russia. Amiamo il ridere dolceamaro della commedia dell’arte che si declina in chiave contemporanea e rivela tutta la sua carica popolare e verace.

Totonno ‘o Pazzo, al secolo Antonio Petito, il più grande interprete di Pulcinella della seconda metà dell’Ottocento e sgrammaticato autore di numerosi testi teatrali, viene ricordato per il suo gusto particolare di mescolare, in arditi déguisements, le tradizionali pulcinellate napoletane con storie rubate al melodramma e ai romanzi d’appendice italiani e francesi, in grande voga nel pubblico dell’epoca. Di lui si ricorda anche la capacità di inserire nei suoi spettacoli elementi di attualità, in un approccio col pubblico diretto e smaliziato, che metteva a nudo le convenzioni teatrali a volte quasi anticipando le avanguardie simboliste e futuriste.

Facciamo nostro questo spirito di contaminazione, facendo dialogare Petito con il poeta russo Aleksandr Blok e il suo testo teatrale del 1906 Balagancik (Il baraccone dei saltimbanchi). Indagando un immaginario al confine tra la favola e la farsa, Petitoblok racconta le tragicomiche sventure in cui si cacciano Pulcinella e Felice Sciosciammocca in fuga da una Signora Morte improbabile e disperata. Questa volta, a dar loro filo da torcere, è un eccentrico Ciarlatano, ex commediante napoletano in esilio nei teatri d'avanguardia di San Pietroburgo, tornato in patria proprio con il progetto di ammazzare, o meglio, cancellare dal mondo del teatro, Pulcinella e Felice. Imprigionati nel suo sgangherato Baraccone in compagnia di Colombina, una marionetta meccanica candida e coraggiosa, il nostro duo di avventurosi perdigiorno sperimenta e confonde il lato umano e quello meccanico della paura, della fame e dell’amore.

Elfo Puccini, sala Bausch - Dal 12 al 17 febbraio - Martedì/sabato 19.30, domenica ore 18.30 - Posto unico 15 euro - www.elfo.org

12 - 17 febbraio, Nuove storie in sala Bausch, Corso Buenos Aires, 33  20124 Milan

PETITOBLOK

liberamente ispirato alle opere di Antonio Petito e Aleksandr Blok

drammaturgia Antonio Calone

regia Emanuele Valenti

con Giuseppina Cervizzi (la Morte), Christian Giroso (Felice Sciosciammocca), Valeria Pollice (Colombina), Giovanni Vastarella (Pulcinella), Emanuele Valenti (il Ciarlatano)

costumi Daniela Salernitano

spazio scenico Emanuele Valenti, Daniela Salernitano

maschera di Pulcinella Marialaura Buonocore

disegno luci Antonio Gatto

Punta Corsara, 369gradi, Armunia/Festival Inequilibrio

Ancora prima di aver preso possesso dell'uso della parola, quando l'eloquio si traduceva al massimo in vagiti e mugugni dell'infanzia, Mauro Lacqua, nascituro in una Milano del '66, già comunicava ponendo macchie di colore su fogli bianchi.

Mercoledì, 06 Febbraio 2013 17:23

Katharine&Spencer

Lei era un’affascinante ragazza di buona famiglia, cresciuta da genitori liberali con cui parlava e si confrontava su tutto. Alta, magra, sofisticata e ironica. Lui, era nato in una famiglia umile e con poche risorse finanziarie, si era arrangiato sempre come aveva potuto ma era bravissimo a recitare e seppur non classicamente bello aveva il carisma e la determinazione dell’uomo rude che piace al primo sguardo. Non potevano essere più diversi Katharine Hepburn e Spencer Tracy eppure la loro storia d’amore e il loro sodalizio artistico durarono per ventisei anni e nove film, tra cui il celeberrimo Indovina chi viene a cena. Katharine e Spencer si conobbero nel 1941 sul set della pellicola La donna del giorno dopo e furono subito scintille. Essendo diversi per educazione e stile i due diedero immediatamente vita a una serie di schermaglie verbali e fisiche. In realtà, solo il preludio di un grande amore. Un amore tormentato ma indiscusso e assoluto che fece sì che la Hepburn accettasse ruoli da coprotagonista o da seconda attrice pur di recitare al fianco dell’uomo che amava. Che il rude ma simpatico Spencer Tracy riuscisse a ridimensionare l’altezzosa e viziata Katharine non dispiaceva a nessun regista di Hollywood e il sentimento che li univa era una garanzia per le pellicole che giravano insieme. Katharine era una donna innamorata e anche se il costume e la cultura dell’epoca le impedivano di farsi vedere in giro con un uomo sposato, e meno che mai in atteggiamenti di intimità e confidenza, sulla scena questo amore traspariva completamente. Memorabile la scena del film Lo stato dell’Unione, in cui la Hepburn interpreta la moglie di Tracy e lo convince a rinunciare a una candidatura politica sbagliata, lontana dai principi e dai valori di suo marito. La pellicola è del 1948 e i due stanno “segretamente” insieme già da anni ed è questo che vede lo spettatore. Una donna innamorata del suo uomo e che cerca di proteggerlo e salvarlo da tutte le brutture del mondo. Nessun amore cinematografico può essere uguale. Ed è un  sentimento che ritorna in tutti e nove i film girati dai due. Spencer Tracy ricambia assolutamente questo sentimento e quando può si chiude nella casa di Katharine e vive la sua esistenza parallela con quella che considera la donna della sua vita. Lui, però, ha ricevuto una educazione cattolica, da genitori all’antica, molto differenti dai genitori della Hepburn che lottavano a favore dell’aborto e del voto alle donne. Ama Katharine ma non divorzierà mai dalla legittima moglie sposata nel 1923 e dalla quale ha avuto due figli, uno dei quali con problemi di salute molto seri. E così la donna altezzosa ma innamorata cede anche nella vita privata come aveva fatto nei film con Spencer e accetta il ruolo di coprotagonista pur di stare accanto all’uomo che ama. E lo fa con dignità e classe anche quando Tracy muore nella casa di famiglia a Los Angeles, il 10 giugno del 1967.

Per rispetto alla moglie e ai figli Katharine decide di non partecipare ai funerali pubblici.

L’atto d’amore più importante di tutta la sua vita. Quello che Spencer Tracy avrebbe apprezzato di più.

Tra le serie Tv in uscita in questi primi mesi del 2013 di sicuro “The following” è la più attesa e controversa.

Il protagonista è un ex agente dell'FBI, Ryan Hardy, interpretato da Kevin Bacon (vi ricordate il ballerino di “Footlose”?), esperto nell'eleborazione di profili psicologici, che ritorna in attività quando lo scaltro e spietato serial killer che aveva arrestato nove anni prima, Joe Carroll, evade dalla prigione nella quale era rinchiuso. Inizia una caccia all’uomo per evitare che Carrol porti a termine la sua opera: uccidere l’unica ragazza che è sopravvissuta a una sua aggressione. La verità più agghiacciante è che la fama raggiunta da questo crudele assassino ha fatto in modo che  una schiera di fanatici sia disposta a tutto per completare il suo grande disegno, perpetuando i suoi delitti anche dopo l’incarcerazione.

Una serie decisamente adrenalinica, ricca di colpi di scena e suspence, tuttavia molto violenta, con scene esplicite di torture e corpi mutilati. Negli Stati Uniti questo fattore ha portato molto critiche alla serie che, nonostante sia molto ben fatta, potrebbe essere di ispirazione per atti violenti immotivati. Soprattutto se si considera la facilità estrema con cui è possibile reperire un’arma da fuoco nel nuovo mondo. Altra tematica sconvolgente e soprattutto molto interessante dal punto di vista sociologico è la potenza dei social network: il sanguinario killer Carrol comunica con i suoi seguaci attraverso twitter, mandando messaggi criptati che gli adepti sono in grado di capire. Sembra che i timori legati alle nuove tecnologie possano prendere vita e in questa serie i riferimenti a questa possibilità sono chiari fin dal titolo. Un mix vincente e molto curato che spiazza completamente l’ascoltatore: la coppia di protagonisti, l’agente dell’FBI e l’assassino, sono opposti e complementari, il buono e il cattivo presentano sfumature caratteriali e comportamentali contraddittorie: Hardy è un alcolizzato, Carrol non ha mai assunto droghe, l’uno è impulsivo, l’altro calcolato e raziocinante, inoltre amano la stessa donna. Insomma, “The following” ha tutte le carte in regola per piacere a noi di Nerospinto: controversa e ambigua, ci terrà con il fiato sospeso, non mancheremo nemmeno una puntata! E voi l’avete visto? Cosa ne pensate?

Giovedì, 07 Febbraio 2013 13:44

Nero.Mixtape ►► #2

E quindi l’altro giorno scopro che nel calendario giapponese il mese di febbraio ha ben tre nomi diversi.

 

 

Kisaragi, che significa "il mese del cambio delle vesti".

Mumetsuki, ovvero "il mese in cui si vedono i fiori di prugno".

E Konometsuki, "il mese in cui gli alberi prendono nuova vita".

 

 

Uhm… ooook.

Tralasciando la grande ammirazione per questa lingua meravigliosa che riesce a sintetizzare in 2 o 3 "scarabocchi" una frase chilometrica, mi vien da dire che in fin dei conti febbraio è esattamente il riflesso di questa moltitudine di nomi: inutile.

 

D'altra parte è monco. Ha un nome da menagramo che vien la "febbra" solo a pronunciarlo. Baci perugina e biancheria intima nuova, per cosa? Gente mascherata (male) in ogni dove, ma soprattutto gente che ascolta con sadico piacere le canzonette di Sanremo.

 

Un incubo. Chiudiamoci in casa e ascoltiamo solo la musica buona.

Febbraio passerà in fretta.

 

NEROSPINTO ►► #02 by Gio_Palowsky on Grooveshark

Mercoledì, 06 Febbraio 2013 12:49

Le vie en noir

Ultima grande icona dello spettacolo prima dell’avvento della televisione, Edith Giovanna Gassion, meglio nota come Edith Piaf, ebbe una vita breve ma intensa, incarnò con tutto il suo metro e 47 centimetri di altezza le angosce, i turbamenti e le sofferenze di quell’epoca che si snodò dagli anni ’30, passando per la seconda guerra mondiale e concludendosi con la rivoluzione culturale degli anni ’60. Conobbe artisti come Jean Cocteau, Jean Paul Sartre e Marc Chagall, fu adorata da Marlene Dietrich, ma al successo di pubblico corrispose purtroppo una vita costellata da una serie interminabile di eventi tragici e dolorosi che contribuirono a costruire l’aura di mito attorno alla sua minuta figura. Malata di artrite reumatoide iniziò ben presto ad abusare della morfina che, unita alla dipendenza di alcolici, la portò alla prematura morte a soli 48 anni. Chi ebbe il privilegio di conoscerla la descrisse come una donna fiera, forte, coraggiosa oltre ogni limite, sprezzante del pericolo, ironica, sempre pronta a rialzarsi dopo ogni perdita. La sua vera forza fu la sua arte, la sua voce graffiante, profonda e agguerrita, quella voce capace di far tacere le persone nelle strade, la voce che la portò a riempire i teatri più importanti del mondo, a guadagnarsi da vivere ancora bambina. Non rinunciò nemmeno ad esibirsi negli ultimi mesi di vita quando, quasi calva e incapace di reggersi in piedi, svenne durante uno spettacolo a Parigi mentre cantava con la consueta determinazione uno dei suoi inni, “Padam”.

Insomma Edith Piaf è decisamente una eroina da Nerospinto, la amiamo per la sua anima gentile e leggiadra, piena di contraddizioni e turbamenti. La amiamo per il suo accanito attaccamento alla vita, per essersi fatta amare senza mai nascondere nessun lato della sua personalità. Fu diva, ma ogni volta che saliva sul palco provava quella strana sensazione di imbarazzo e reverenza nei confronti del pubblico. Amiamo Edith Piaf perchè non rimpianse nulla, nulla di nulla.

Consigliamo la visione del film Le vie en rose, con Marion Cotillard

E questo video:

http://www.youtube.com/watch?v=ZxByDgpLmss

Anthony Rother è una leggenda. Uno di quei personaggi che con disinvoltura innaturale riescono ad emergere sulla mediocrità e creare qualcosa di nuovo e meraviglioso. Senza alzare polveroni, niente azioni di marketing estremo, come se fossero nati solo per quello.

Diventa anche difficile capire un artista come lui, così criptico e oscuro, per molti versi anche distante dalla mia realtà. Per questo articolo serviva qualcuno capace di interpretarlo, di tradurre in parole ore e ore di musica e emozioni, rendere comprensibile un mondo parallelo, sotterraneo, ci voleva qualcuno che con Anthony Rother ci è cresciuto.

A sintetizzare lo spirito di vent'anni di musica elettro mi aiuterà Albert Hofer, enigmatico personaggio della scena milanese, a cui dobbiamo alcuni dei migliori party a livello nazionale, è lui infatti uno degli organizzatori di Le Cannibale, di cui parliamo ogni settimana. Le sue non saranno orecchie da Dj, ma di musica ne sa a pacchi e ad ascoltare Anthony ci ha passato le ore: “per me Rother è un'emozione che da inizio secolo mi ha accompagnato senza mai tradire”.

 

Per parlare di questo leggendario produttore di Francoforte bisogna scavare fino al lontano 1997, quando usciva il suo primo album: “Sex with the machines”. Tutto è partito da lì, tutto in analogico, tutto nuovo e vecchio allo stesso tempo. Anthony non dimentica le sue origini ed è da lì che parte la sua rivoluzione musicale. I Kraftwerk per primi, come non smette mai di ricordare, lo hanno sedotto tra atmosfere surreali e temi al limite dell'umano. Non penso sia sbagliato pensare a questo primo album come un omaggio al quartetto di Dusseldorf, uno splendido omaggio che ha piantato le fondamenta della carriera di Anthony, lanciandolo come pioniere dell'elettro, gigante dell'underground, visionario del cyberpunk.

 

La formula di Rother è questa: vocoder, synth potenti e atmosfere futuristiche; una formula vincente che lo ha accompagnato per due decadi e sedici dischi, riproposta sotto punti di vista differenti, in un'evoluzione personale che lo ha accompagnato fino ai confini con l'elettropop. Anthony è riuscito a esplorare tutte le sfumature dell'elettro, da quelle più oscure a quelle più luminose. Tra Human Made (Sex with the machines - 1997) e Cinema (Popkiller II - 2010), due canzoni agli antipodi della sua carriera, passa, infatti, un abisso. La prima molto rigida, abbottonata per un esordio da prima classe, dalla fortissima matrice Kraut, la seconda invece, già dal primo riff, esplode in una solare melodia quasi house, sfumata dal vocoder e una linea di basso che non lasciano dubbi sulla paternità del pezzo.

“Il suo grande merito è saper fare tutto, rimanendo sempre ancorato ad una fortissima identità.” sottolinea Albert.

 

Il dj tedesco ha aperto una strada seguita poi da molti e per farlo ha anche fondato la fortunata etichetta DataPunk, per sfuggire alle meccaniche di mercato e riuscire a proporre una musica nuova e senza restrizioni: “Ho creato la mia etichetta quando ho capito che nessuno avrebbe pubblicato quello che avrei voluto fare io [...]” (estratto da un'intervista)

Grazie a lui abbiamo artisti come Gregor Tresher e Xenia Baliaieva, molto apprezzati da Albert, che ripercorrono i passi di Anthony e personalizzano il suo stile, forse attualizzandolo.

 

“La musica è conversazione” dice in un'altra intervista e sinceramente non vedo l'ora di immergermi in un'attento dialogo con lui, tra beat suadenti e vocoder meccanici. Si suderà parecchio questo venerdì al Tunnel Club, anche perchè in consolle ci sarà anche Uabos, che immagino si starà preparando per fare bella figura con un dj che adora, in un dj set a sei mani con Mitsu e Frsh Csh.

 

Evento ufficiale

 

http://www.youtube.com/watch?v=6nCJZM82V_Y

 

““No love no life” è la canzone della mia amicizia con tre persone. Amici genovesi molto cari, con cui ho vissuto un'importante fase della mia vita professionale. Uno di loro è, tra l'altro, ormai un dj affermato su scala europea, Mass_prod, e anche gli altri hanno poi avuto un bel percorso nella musica. Per me Rother è un ricordo dei vicoli di Genova, all'alba”.

 

Martedì, 05 Febbraio 2013 19:43

We love tattoos: la convention

Febbraio. Non solo il mese che ci avvicina alle miti temperature primaverili ovvero quando finalmente inizieremo a vestirci meno mostrando sempre piú centimetri quadrati della nostra pelle. E’ anche il mese che richiama a Milano sotto un unico tetto, anche quest’anno quello dell’Ata Hotel Quark, 250 dei piú grandi tattoo artists di fama mondiale .Un’ottima chance per chi, appassionato o semplice curioso, voglia vederli all’opera sotto i propri occhi, o per chi sfidando l’interminabile lista degli appuntamenti, è riuscito ad aggiudicarsene uno ed è pronto a diventare parte dell’ anima della convention. Questa imperdibile tre giorni che trasformerá Milano in un’importante vetrina internazionale di questa espressione artistica dal sapore arcaico, vi dará infatti la possibilitá di vedere realizzata un’indelebile opera d’arte sulla vostra pelle eseguita da quello specifico tatuatore professionista che magari avete adocchiato da tempo ma che abitualmente crea dall’altra parte del mondo. Siete pronti a fare del vostro corpo uno dei capolavori della convention in una situazione ‘’unconventional’’, in una moltitudine di colori e ritmi musicali faccia a faccia con i piú ambiti protagonisti della body art?

Come ogni anno che si rispetti anche la diciottesima edizione ospita al suo interno diversi eventi dedicati al mondo del tattoo e tutto quello che lo riguarda: si va dal consueto Miss Convention 2013, aperto a tutte e che premia una fra le personalitá al femminile che si presenteranno sul palco e che il tattoo lo indossano, ai tattoo contest, ossia le competizioni che eleggono chi invece i tattoos li fa. Quest’anno ad esporre i propri lavori nella sezione mostre ci sará Stefano Padovani, fotografo di moda e ritrattista internazionale, collaboratore per la realizzazione delle copertine di Tattoo Life, Tattoo Energy e Tattoo Italia, che presenterà un percorso fotografico attraverso i ritratti di migliaia di tatuatori che hanno fatto la storia dell’evento e che non solo "vestono" i loro tatuaggi ma che ne fanno uno stile di vita.  "Tattoos from the street of Los Angeles" è un’ affascinante esposizione dedicata alla cultura del tatuaggio e alle band che lo sfoggiano per le strade di Los Angeles. Questa mostra oltre ad essere un interessante reportage sulla cultura cholo, diffusa tra la bassa California e il Messico, è anche un documentario dedicato al chicano, uno degli stili attualmente molto diffusi e apprezzati in tutto il mondo. "Woodcut Portraits" , che mette in mostra i lavori di Alex Binnie , è una serie di 30 dipinti intagliati su legno e poi stampati alla maniera delle vecchie stampe dell’ukyo-e giapponesi che rappresentano i volti di alcuni dei più noti tattoo artist internazionali, colleghi e in molti casi amici dell’artista. Non mancano le performances live: ad esibirsi quest’anno il duo di acrobatica aerea "Aves on air" che vanta diverse collaborazioni artistiche con il Golden Circus di Liana Orfei e che ci terranno con gli occhi incollati al palco centrale. Presenti anche le "Acletinika" e Lucky Hell, un gruppo di danzatrici etniche le prime e performer circense tatuata la seconda. Lucky animerá il palco durante il weekend e vi stupirà con la sua incredibile sensualità e le sue esibizioni che la vedranno cimentarsi con giochi di spade, martello e machete. Sempre all’interno dell’evento ci sarà un live del progetto musicale "Punk goes Acoustic" ,oltre 30 musicisti emergenti  italiani uniti dalla passione per il genere punk.

Nerospinto che ama il nero dell'inchiostro e i colori del tattoo non mancherá.. e voi?

18th Milano Tattoo Convention

Centro Congressi Ata Hotel Quark Via lampedusa 11/A

venerdí dalle 19.00 alle 23.00

sabato dalle 12.00 alle 23.00

domenica dalle 12.00 alle 20.00

Ingresso 20 euro

Un’esperienza magica da vivere questo sabato, 09 Febbraio 2013.

Un workshop aperto a tutti, che non richiede particolari doti yogiche e che vi da la possibilità di un completo abbandono e rilassamento dopo un’intensa settimana di lavoro o di stress.

Vi anticipo solo che ci saranno diversi momenti legati alla pratica delle Asana (posture), alla respirazione Pranayama, momenti di meditazione e molto altro ancora all’interno del Dojo del Parsifal accuratamente riscaldato dalla notte prima a una temperatura di 34°.

La calda sala di pratica accoglie il praticante e lo conduce naturalmente verso un atteggiamento positivo verso la vita. La qualità è rassicurante e per niente aggressiva, nota fondamentale per raggiungere quella condizione di piacere che è lo scopo ultimo dell’incontro. Infatti ogni momento della Sadhana stimola il piacere fisico-sensoriale ed emotivo, riducendo lo sforzo e lasciando spazio ad una consapevolezza rinnovata e rigenerante.

Giorno: Sabato 09 Febbraio dalle 10.00 alle 12.30 – Dove: Viale Gorizia,6 Milano MM Porta Genova

Attenzione! Per info e prenotazioni chiamate pure il centro Parsifal al numero 02-89 42 36 73

Io la consiglio “caldamente”. E ci sarò anche io in costume da bagno!!!

 

 

 

Se il cinema è finzione, sarebbe stato allora l’anticinema a rappresentare l’Italia davanti al mondo in occasione della prossima edizione dei Premi Oscar, il 24 febbraio a Los Angeles. “Cesare deve morire”, firmato da Paolo e Vittorio Taviani, dopo aver conquistato l’Orso d’oro al Festival di Berlino, è stato scelto dall’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali) per essere inserito nella rosa delle pellicole in lizza per la statuetta assegnata al “Miglior film straniero”, sbaragliando concorrenti come “Reality” di Matteo Garrone e “Bella addormentata” di Marco Bellocchio. Nonostante l’esclusione dalla cinquina delle nomination annunciata dall’Academy - è dal 2006, con la “Bestia nel cuore” di Cristina Comencini, che l’Italia non compare più tra i finalisti – la decisione dell’organo cinematografico italiano non può passare inosservata. La storia di “Cesare deve morire” inizia con due fratelli che amano il cinema, e in un piccolo paese di provincia trovano ogni mezzo per inseguire le immagini e scoprire la magia della verità raccontata dai grandi maestri, da Ejzenštejn a De Sica passando per Rossellini e Dreyer. Sullo sfondo la colonna sonora di un’Italia attraversata dalle contraddizioni storico-culturali di metà Novecento, sulle note di Verdi e con la continua incursione nel teatro e nella letteratura europea. Le parole non rimangono mai orfane per i due fratelli rapiti dalle pagine di Shakespeare e Tolstoj, trascinati nel racconto senza possibilità di disincanto. Sull’onda di quest’emozione per la vita, per il racconto della vita, arrivano a Roma e per mezzo secolo continuano a parlare della realtà dietro la macchina da presa, costretti nel confine asfissiante delle definizioni di genere, viaggiando tra storia e antistoria con la voglia di andare oltre quel confine, di oltrepassare il limite della realtà per dire quello che solo in un film può essere detto. Sono novantenni, quei due fratelli, quando gli si richiudono dietro le spalle i cancelli del carcere di Rebibbia. Sono lì per assistere ad uno spettacolo teatrale – finzione, come al cinema – ma quando Shakespeare torna a parlargli con la passione della gioventù dalla bocca sbarrata di un condannato all’ergastolo, capiscono che quella storia deve essere raccontata. Il dramma del tradimento – Giulio Cesare e i congiurati che lo uccideranno – diventa materia viva tra le celle, il teatro e i cortili della prigione romana, sfiorato dallo sguardo dei fratelli insieme registi e spettatori, pienamente travolti dal pathos tragico. E’ quella stessa emozione a raggiungere il pubblico in sala, i critici che hanno pluripremiato la pellicola, dai David di Donatello ala vittoria di Berlino, e ancora in promozione in giro per il mondo con Paolo e Vittorio Taviani a rappresentare l’intero cast di attori detenuti. Un racconto attraversato dalla vita, presente e imperitura in carcere, e passata, laddove il passato assume i contorni dell’infinito, dilatandosi nell’universalità della tragedia. Non è più storia dell’antica Roma, non è il teatro di Shakespeare e non è più un film, i confini ancora una volta oltrepassano le sbarre della vera prigione, quella della forma, per aprire nell’arte uno sconfinato squarcio di realtà. Non c’è un fotogramma che lo mostri, non c’è l’artificio di scena, ma di sangue ne scorre tantissimo in “Cesare deve morire”, in un flusso ininterrotto tra personaggi e attori, nella morte che racconta della vita. A noi di Nerospinto, Paolo e Vittorio Taviani piacciono per l’instancabile fame di verità che non li abbandona da quasi un secolo, per l’entusiasmo dei vent’anni mai perso e sempre rinnovato in una tra le più belle vecchiaie del cinema italiano, per la voglia di rischiare con un film difficile da produrre e distribuire che ha inaspettatamente trionfato in Europa.
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