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I Deproducers tornano, per la gioia dei loro appassionati fan, con un nuovo ed emozionante album, pronto a incendiare le hit: Botanica, in uscita il 21 marzo.

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Lunedì, 21 Novembre 2016 13:50

La star argentina Lali Esposito al 55 Milano

La cantante di Buenos Aires si esibirà il 28 novembre durante l’aperitivo del 55 Milano per presentare il suo nuovo attesissimo album Soy.

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Il gruppo metal milanese Destrage torna con il nuovo album “A Means To No End”.

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Sembrava impossibile, ma i Litfiba sono tornati con il nuovo singolo, in pieno stile rock ‘n’ roll.

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Niccolò Fabi si esibisce al Parco Tittoni e presenta il nuovo album "Una somma di piccole cose", dopo un'assenza dal palcoscenico durata due anni.

È uscito lo scorso 17 giugno il nuovo album dei Red Hot Chili Peppers: “The Getaway”.

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Il 23 febbraio esce "Distante Fire", l'EP di debutto dei Cairobi, nuova incarnazione dei Vadoinmessico

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ALEXIS KNOX IN ESCLUSIVA PER NEROSPINTO

Il dado è tratto, il giorno è giunto.  Alphabet riapre il sipario per una nuova stagione. La serata electrochic per eccellenza di Milano ritorna dall'8 novembre ogni venerdì notte nella nuova sede del Rocket.

La prima volta, si sa, non si scorda mai e Alphabet lo sa bene: per questo motivo, la prima serata della nuova stagione sarà resa ancora più indimenticabile dalla presenza di una guest star d'eccezione.

Stiamo parlando di Alexis Knox,celebrity fashion stylist e collaboratrice di brand come Adidas, dj e vera e propria icona del nightclubbing londinese. Alexis è pronta a farvi ballare al ritmo della sua personale selection "Ilovethissong", insieme alla dj resident di Alphabet, Enza Van De Kamp.

Nerospinto ha avuto l'onore di intervistarla in esclusiva.

Vi regaliamo così un assaggio di Alexis, in attesa di vederla live domani [da leggere tutta d'un fiato].

 

L: So che apprezzi il tè, soprattutto se servito a Brick Lane in un vintage tea party dove si parla di stile. Quindi, anche se non saremo fisicamente uno di fronte all’altra e non potrò ringraziarti di persona per l’intervista, la prima domanda è: latte o limone?

A: Nessuno dei due! Amo il Chai tea latte (caffelatte aromatizzato con tè speziato) ed è molto difficile trovarne uno cremoso al punto giusto!

 

L: Ė difficile presentarti a chi non ti conosce, come tutte le personalità particolarmente eclettiche. Fashion stylist che vanta innumerevoli e importanti collaborazioni con esclusivi designer di moda come Sergei Grinko e brand sportivi ad esempio Adidas. Fashion Editor, DJ e consulente personale di numerose celebrità non solo musicali del calibro di Bruno Mars,  Jessie J, Likke Li, Nicola Roberts, M.I.A. e Daisy Lowe per citarne alcuni.

In Italia ti basterebbe solo pubblicare un libro di cucina per raggiungere la celebrità e ci sarebbero persone pronte anche a candidarti in Parlamento.

Ma per tornare al tuo lavoro, quali sono gli elementi della tua personalità che ritrovi in ogni tuo progetto, pur diverso che sia?

A: Penso sia molto importante, in quanto stilista, non dominare un progetto con il proprio stile personale, ma invece prendere in considerazione tutti gli aspetti dello stile e del gusto di una persona. Buona parte del mio lavoro è colorato e istrionico e penso che gli elementi cyber kawaii fumettosi siano il mio marchio di fabbrica e che non siano solo ciò che faccio e che amo fare. L'onestà è ciò che contraddistingue ogni mio progetto: ad esempio, quando vesto un artista, non mi intrometto dicendogli cosa indossare, si tratta sempre di una collaborazione. Sono lì per far emergere la sua personalità e renderla visibile all'esterno.

 

L: “It’s all about attitude” è una tua citazione che ho letto in giro per descrivere la tua idea di stile.

Quando si lavora con celebrità musicali con una chiara e ben definita personalità, come riesci a trovare un terreno comune su cui sviluppare la tua visione di stile cucita sulla loro immagine?

A: Comunicare è vitale.  Mi piace conoscere in anticipo l'artista con il quale lavoro o, se il tempo stringe, mi basta una breve chiacchierata prima di cominciare. In questo modo loro (gli artisti ndr) sanno che non sono lì per prendere il loro posto, ma per lavorare al loro fianco, per ottenere qualcosa di originale e memorabile.

 

 L: Quali celebrità italiane, se ce ne sono, ti piacerebbe vestire?

A: Amo Bianca Balti, è cool e ha un'attitudine positiva verso la vita. In più è bella, ma la bellezza non è ciò che mi interessa.  Amo il modo in cui è in grado di portare la sua personalità e il suo senso dell'avventura nella carriera di modella.

 

 L: Hai collaborato con lo stilista Sergei Grinko non solo come fashion stylist ma anche come special guest per il suo after show party SS2014.

La sua ultima collezione si chiama Anatomically Correct, contro una ricerca di perfezione anatomica, una sorta di celebrazione della bellezza dell’imperfezione umana.

Quando ti guardi intorno, quali sono le imperfezioni o le alterazioni di quello che si indossa che ti fanno pensare “Questo è un nuovo stile”?

A: Amo lavorare con Sergei Grinko e il suo fantastico team. Sergei ha la mia stessa visione della vita: trovare il bello in ciò che è oscuro e distorto. Inoltre giocare con le forme e le silhouttes è qualcosa che ispira entrambi.

Nel mio lavoro, prendo ispirazione da molteplici fonti, che siano la sottocultura notturna o l'arte concettuale. Non si può essere sempre certi che quel qualcosa sarà un successo, si tratta quasi sempre di nuova fase emergente, di qualcosa che è sul punto di esplodere. A volte vale la pena rischiare ...

 

L: Sei uno dei 5 creativi dall’ UK che è stato scelto per il progetto MIADIDAS, dove ti è stata data la possibilità di personalizzare un paio di Adidas trainer.

Raccontaci qualcosa di questa esperienza, a cosa ti sei ispirata?

A: Adoro Adidas, vestendo tutti i giorni Adidas per me è stata un' esperienza eccitante. Sapevo esattamente quale tipologia di scarpe usare, le Adidas Superstar 2, anche dette " dita dei piedi a conchiglia".

Sono appassionata di street style della vecchia scuola, passando dall' HipHop allo stile ska. Perciò le Superstar 2, essendo profondamente legate allo stile hiphop, erano il paio di scarpe giusto sul quale concentrarmi.

Indosso molte stampe, ci tenevo a mantenere un design audace, in maniera da indossare le scarpe per molto tempo. Ho dunque scelto il nero, il bianco e il rosso. Ho provato con il giallo e il verde, ma ho pensato che qualcosa di più pulito e grafico potesse adattarsi meglio al mio stile. Penso che la gente si aspetti di vedere una scarpa super colorata, ma il mio stile da giorno è estremamente grafico e street, non qualcosa di già visto.

 

L: Ho estrapolato da alcune interviste le tue indicazioni per un corretto outfit e, più in generale, per farsi guidare nella scelta di quello che si indossa.

3 regole: fondere la propria personalità alle mode, buona qualità dei capi e divertimento, senza prendersi mai troppo sul serio.

Ne ho dimenticata qualcuna? Ci sono altre regole da seguire?

A: Penso che vadano bene! La chiave sta nel sentirsi a proprio agio con ciò che si sta indossando, anche se si tratta in realtà di un outfit scomodo, l'importante è che per noi sia il migliore.

 

L: Quali sono in questo momento, i fashion designer più interessanti e chi ami particolarmente?

A: Ovviamente Sergei Grinko, la sua  teatralità ed eleganza nel ritrarre una donna "con le palle", per me è fonte di ispirazione. Amo Maria Ke Fisherman e i suoi vestiti cyber che uniscono la street culture e l'alta moda. Mi piace il brand di moda maschile AdaXNik di Nik Thakkar e Ada Zanditon, la sua realizzazione tecnica e l'attenzione per il brand e le campagne, che sono semplicemente perfette.

Amo anche Tolga Ozturks (abbigliamento maschile), che è audace e colorata pur restando prettamente maschile, la sua attitudine street, che rende i suoi vestiti perfetti per il ragazzo dei nostri sogni. Quando si sceglie nel proprio guardaroba, al di là della personalità e dello stato d’animo, è imprescindibile pensare all’occasione o alle persone per cui ci si veste.

 

 L: Se dovessi uscire per incontrare te stessa, cosa indosseresti?

A: Indosserei qualcosa che metta in evidenza i miei punti forti, ma allo stesso tempo confortevole e che non richieda troppe cure, qualcosa che non parli al posto mio. Ovviamente, se si tratta di un appuntamento, indosserei qualcosa che possa attirare l'attenzione! Apprezzo chi ha il senso dello stile, l'importante è che ciò sia naturale e che non richieda sforzi, altrimenti non è credibile e perde tutta la sua magia.

 

L: Ho letto che la tua esperienza di DJ è nata collaborando al Circus, locale esclusivo londinese frequentato anche da molte star. I club spesso sono le vere giungle dove nascono fenomeni e stili che anticipano le mode o rivelano quelle che avranno successo.

Sei d’accordo? Quali sono i club o le città nel mondo che da questo punto di vista sono fonti di ispirazione per il tuo lavoro di fashion stylist?

A: Jodie Harshs Circus è stato davvero un punto di riferimento durante il periodo trascorso a Londra. Ho iniziato gestendo le liste alla porta, dunque potevo decidere chi far entrare e chi no. In quel periodo era uno dei miei nightclub preferiti assieme al Boombox e Tailor Trash. Era un posto pieno di ragazzini, drag queens, amanti della moda e celebrità. Avevamo tutti, da Kate Moss a Amy Winehouse e Alexander McQueen e, come potete immaginare, stare alla porta mi ha consentito di conoscere molta gente! Al termine, salivo nella postazione del dj e raggiungevo Jodie e DJ Kris di Angelis e fu allora che Jodie mi passò i piatti! Kris mi disse poi come era andata la serata.

Londra sarà sempre la mia casa e una grande fonte di ispirazione. Mi piacerebbe visitare il Giappone e la Corea e trascorrere più tempo a Los Angeles e New York. Ovviamente adoro stare a Milano il più tempo possibile, le strade sono piene di passanti eleganti e perfetti.

 

L: Venerdì sarai ospite della serata inaugurale della nuova stagione di Alphabet, presso il Rocket in Alzaia Naviglio Grande 98.

I tuoi DJ set si chiamano “I love this song!” perché spesso lo senti dire dal pubblico delle tue serate. Ho intercettato alcune tue performance, so che ami molto l’old fashion garage  e in generale la musica anni '90. Che cosa hai in mente per la tua selezione musicale? Dai una piccola anticipazione a noi di Nerospinto?

A: Porto sempre con me una buona dose di Girl power! Ci saranno dei momenti in cui canterò come una vera diva e in più amo il rave e dunque pomperò molte basi.

 

L: Cosa c’è invece nella tua playlist e cosa ascolti ultimamente?

A: Girl Power sotto forma di Destiny's Child, Brooke Cand, Spice Girls e Iggy Azalea; ritmi cattivi sotto forma di French Montana, Migos, NERD e ASAP Rocky.

 

 L: L’uomo e la donna più fichi degli anni '90.

A: Uomo più fico non saprei, donna più fica Geri Halliwell aka Ginger Spice

 

 L: Un consiglio a chi oggi pensa di diventare una Fashion Stylist.

A: Divertiti molto, lavora molto e sii sempre gentile. Essendo un lavoro da sogno, sei fortunato anche solo a  metterci un piede, sii riconoscente per ogni esperienza che fai e fai qualunque cosa meglio di quanto potresti.

Dopo aver conosciuto il mondo di Alexis Knox, non potrete fare a meno di vederla in veste di dj, per una serata da iscrivere negli annali della notte milanese, riservatevi una poltrona d'onore!

[Intervista di Luca Mirmina/Traduzione a cura di Letizia Carriero]

 

ALPHABET OPENING PARTY, Special Guest ALEXIS KNOX (London)

Friday November 8th Rocket Alzaia Naviglio Grande 98 Milano

Info e liste: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Mob: 348/8826632

 

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Martedì, 12 Febbraio 2013 12:13

Il Papa: Di[s]messo

Se è vero che certi avvenimenti, per loro natura eccezionale, si verificano ogni settecento anni, allora non ho saputo resistere.

Mi sono detto, scrivi nella sezione stile di Nerospinto, il papa non c’entra. E mentre me lo ripetevo, per non voler cadere nella rete che io stesso stavo tessendo, sono già intrappolato. Con una tesi precisa. E penso a come scriverne. Non è semplice e può sembrare presuntuoso, retorico. Allo stesso tempo però mi convinco che Nerospinto non sia un contenitore necessariamente corretto. E’ approfondito, è critico, è interessato. Ma non si limita.

Posso quindi palesare il mio oltraggio e dichiarare a chi leggendo è già arrivato a questo punto: “Si, come ogni settimana stavo per pubblicare il mio approfondimento sullo stile. E invece, me ne infischio. E parlo del Papa. Anche se non mi è richiesto, anche se non era nei patti.”

E nel mio rompere la regola, l’accordo per il quale mi è stato conferito questo spazio per scrivere, vado completamente contro ogni pudore: ho la presunzione di poter parlare di Ratzinger portando la questione mediatica all’effimero mondo che questa sezione rappresenta.

Del resto, se in termini di “stile” ci si riferisce alla sua definizione più ampia, nessuno può controbattere che una dimissione papale non sia un gesto -anche - di stile.

Già il fatto che sorprenda e abbia l’eccezionalità di un evento millenario, presuppone di per sé una scelta di forma, dunque di stile.

A questo punto di quanto scritto, chi è arrivato a leggere fin qui è uscito indenne dallo stizzirsi e giudicarmi nell’ associare questi due piani.

Da un lato c’è un uomo bianco, da otto anni vestito di bianco, che ha ereditato un abito ingombrante, indossato da uno delle più grandi icone pop a livello planetario, Karol Wojtyla.

Un abito pesante, il simbolo di un credo, la traduzione stilistica di una rappresentanza mistica.

Un uomo che ieri dichiara: torno ad indossare il rosso, mi sporco di colore. Torno alle sfumature del sangue, alla palette più umana e terrena. Un colore che non è mai stato solo peccato. Un colore che è vigore, che è rivoluzione, che è rinascita.

Un colore che descrive benissimo le sue parole di congedo. Peccato solo per quel polveroso latino.

Un gesto che è ben oltre la dimensione religiosa, che invoca risveglio non necessariamente cristiano, ma più apertamente filosofico, intellettuale, creativo.

Uno dei più noti esponenti di una fede che generalmente parla alle masse dichiarando cosa è giusto e cosa è sbagliato, depone l’anello e invoca la sua fragilità. Una fragilità non religiosa, ma muscolare, psicologica.

E’ in fondo semplice, dice di non farcela. Annuncia che non può rivestire tale responsabilità e indossare quell’abito. E questo, se portato fuori da ogni preciso contesto, è un gesto di stile nobile, raro, di chi si spoglia davvero. Al di là di quello che si pensi in materia religiosa. Uno di quei gesti che fa il giro del mondo e capita, lo ripeto, ogni settecento anni.

Io non sono cattolico, e nonostante questo, non riesco a fare a meno di pensare che riguardi anche me. E confesso di vergognarmi anche un bel po’. E da quello che leggo, anche permeato spesso da slanci d’ironia, citazioni irriverenti che mi hanno reso partecipe, sento comunque che sia la manifestazione di un disagio che riguarda un po’ tutti. Esattamente come quando si scherza su qualcosa per esorcizzare, in fondo, una qualche paura che non si riesce a definire.

E quindi questo non dovrebbe instillare a tutti un qualche dubbio, una qualche riflessione?

Un chiederci collettivo: non ci eravamo forse persi o intorpiditi nelle nostre piccole cose, fatte di altre cose ancora più piccole? E questo uomo, indipendentemente dall’essere credenti o no, è forse il bambino che urla “Il re è nudo!” perché unico a vederlo, mentre gli altri sono talmente rapiti da quello che quell’uomo rappresenta dal riuscire a vederlo senza alcun abito?

E quindi questo non riguarda forse un po’ tutti, al di là dell’età, delle ideologie, del genere, del ruolo che si ha in quello che chiamiamo “società”?

E ci siamo allora tutti, lì dentro. E tutti, nel proprio infinitamente piccolo, dovremmo forse chiederci se quello che facciamo ha davvero un senso. Un senso, poi un significato, una responsabilità e infine uno stile.

Uno stile che è anche il modo in cui mediaticamente veicoliamo il corpo e la sua immagine. L’abito che creiamo. Il significato che gli diamo. Le persone a cui concediamo di indossarli, certi “vestiti”.

Vestiti che per la prima e unica volta non riesco ad associare a tessuti, trame, forme e riferimenti.

Uno stile molto diverso, che sta dietro a chi gestisce i poteri tutti, mediatici, economici, sociali, politici, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Persone che per essere lì, ad esercitare questo potere, dovrebbero avere la legittimazione di tutti gli altri, per l’enorme senso di responsabilità che assumono.

Uno stile che se non necessariamente va rivisto, ma almeno va messo in discussione, interrogato.

E allora sarebbe interessante chiedercelo tutti, che male non ci fa. Indipendentemente dall’essere una qualunque cosa o l’altra, trend setter o follower, stilisti o consumatori, redattori o lettori, creativi o razionali, pensatori colti o rozzi, curiosi o restii.

Chiediamoci se in quello che facciamo, abbiamo davvero uno stile. Proviamo a ricordarci che tutto quello che facciamo, in ogni gesto o intenzione, ha sempre e comunque una responsabilità collettiva. Anche se avesse conseguenze per solo un altro di noi.

Di un solo esito penso di essere certo. Sono sicuro che se davvero lo facessimo tutti, tutti davvero, il risultato non potrebbe che essere qualcosa di migliore dal non averlo fatto.

E tutto sarebbe più bello, anche gli abiti, comuni e non. E chi li indossa.

E se quanto scritto attirerà molte critiche o sembrerà non significare niente…..beh. Sarò coerente. Farò una scelta di stile: mi dimetterò dall’incarico. Forse.

 

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Giovedì, 13 Dicembre 2012 00:01

Sophie Calle per Piombo

Quando lo stile è una visione olistica dell’eleganza.

La poetica e la produzione artistica di Sophie Calle si possono descrivere solo in seno alla sua biografia. La sua vita è la sua opera. L’artista francese si cala nel ruolo di narratore, regista, attore e osservatore nella rappresentazione del proprio intimo e nella documentazione della vita privata altrui. Beppe Sebaste (L’Unità, 27 gennaio 2004) scrive di lei: “Le idee sono nell’aria, quindi sono di tutti. Ma l’unico tratto che distingue oggi l’arte dagli altri oggetti e pratiche della vita più o meno ordinaria è la firma, dalla cui “istituzione” dipende ogni ulteriore valorizzazione estetica. Catturare le idee e poi ridistribuirle come pezzo del proprio vissuto soggettivo: è il tratto costante e comune alle opere concettuali di Sophie Calle. Ossia fare del mondo, di ogni cosa del mondo, la propria autobiografia.”.

Una delle più note opere di Sophie Calle è Prenez soin de vous, presentata alla Biennale di Venezia nel 2007: fotografie, lettere, video e installazioni di 107 donne che leggono un messaggio di addio che un uomo, per la fine di un amore, ha inviato all’artista, commentandolo e criticandolo in un clima di onesta e cruda complicità femminile.

Un’altra opera che vale la pena ricordare è "Pas pu saisir la mort", una descrizione ruvida e intima degli ultimi giorni di vita della madre e dei graduali passaggi verso la morte. Un voyeurismo autobiografico in cui l’artista è autore e attore della propria opera. Struggente e autentica.

Sophie Calle, come numerosi altri artisti prima e dopo di lei, ha occasionalmente lasciato un “dono” alla moda ed è diventata, senza volerlo, icona e ispiratrice.

Generalmente il contributo di un artista nella moda può manifestarsi in due modi. Il primo, più comune, attraverso le contaminazioni che le proprie opere possono avere sullo stile di una collezione. Il secondo, assai raro, attraverso un processo olistico in cui l’artista e lo stilista infondono un’anima alla collezione trasformando un freddo rigore stilistico in un cuore pulsante.

La prima volta che ebbi modo di sentire il nome di Sophie Calle fu proprio in occasione della presentazione della collezione di Piombo nel 2000. Da subito pensai che quest’unione rappresentasse un connubio perfetto tra eleganza artistica, ispirazione creativa e definizione tacita di stile in senso assoluto, fuori dal tempo. Massimo Piombo era allora, e rimane oggi, uno dei pochi designer di nicchia in grado di trasformare un’eleganza fittizia, fatta di forme e tessuti, in stile vivo e passionale. In altre parole, un miracolo stilistico.

Sensibilità nei mix cromatici, sartorialità dei tagli e dei volumi, ricerca sui tessuti e contaminazioni colte che partono dai significanti, fanno di Piombo una delle eccellenze di moda italiane.

Ed è proprio in nome di questa convinzione che Nerospinto vuole partire, ricordando una delle migliori definizioni di stile che la moda e l’arte insieme siano riuscite a partorire.

La collezione A/I del 2000 si presentava con l’immagine di una cravatta marrone incorniciata e un testo di Sophie Calle:

“La prima volta che l’ho visto era nel dicembre 1985, dove stava dando una lettura. L’ho trovato attraente, ma c’era una cosa che non andava in lui: indossava una brutta cravatta.

Il giorno seguente gli ho mandato, anonimamente, una cravatta sottile, color marrone.

Più tardi l’ho rivisto in un ristorante; la stava indossando. Sfortunatamente stonava con la sua camicia. E’ stato in quel momento che ho deciso di prendermi l’impegno di vestirlo dalla testa ai piedi: gli avrei mandato un articolo di vestiario ogni anno a Natale. Nel 1986 ha ricevuto un paio di calze grigie di seta; nel 1987, un maglione in alpaca; nel 1988 una camicia bianca; nel 1989 un paio di gemelli placcati in oro; nel 1990, un paio di boxer con un motivo di alberi di natale; niente nel 1991; e nel 1992, un paio di pantaloni grigi.

Un giorno, quando sarà completamente vestito da me, vorrei che qualcuno me lo presentasse.”

“The wardrobe”, Sophie Calle

Dopo averlo letto, pensai che Sophie Calle avesse perfettamente interpretato il concetto di eleganza che chiunque avrebbe voluto indossare.

Non c’è bellezza in un abito se non nella persona che lo indossa. L’eleganza non si può delegare ad un tessuto, ad una cucitura o ad un modello.

Elegante è il corpo imperfetto che indossa con magistrale perfezione, è lo sguardo di una donna innamorata con un semplice dolcevita nero, sono gli occhi fieri di un uomo su di una camicia bianca e pulita.

Un bell’abito è il frutto di una comoda scelta, mai distonica al proprio corpo. E’ il riflesso di allusivi richiami e mai veicolo di un significato dichiarato, come spesso si vuole far credere.

La moda è quindi solo un linguaggio, un linguaggio che non dovrebbe mai parlare di sé, della parola stessa. La moda è un modo per “rap-presentare”. È la cornice di un quadro, il cui valore può essere solo marginalmente impreziosito dal contorno. E’ la fotografia di un momento, è il riflesso di una società, ma non è mai in grado, da sola, di descriverla. La moda è necessaria, perché superflua; irresistibile, perché frutto di un bisogno accessorio; essenziale perché leggera, frivola; onirica, perché veicolo di un sogno.

Una visione di moda in cui le ispirazioni, spesso solo accennate, dovrebbero trarre origine da quei mondi lontani che sono fatti di intenzioni, gesti, pulsioni e rossori.

Sophie Calle ha rappresentato in poche righe proprio questo, forgiando un dogma umano che spesso la moda dimentica: parlare pensando di essere nudi, e nell’attesa di prender parola, raccontarsi in silenzio attraverso quel poco che si può indossare.

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