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In viaggio con Kerouac: intervista a Luca Seta

C’è una musica nella scrittura e Luca Seta, cantautore e attore, ci invita a scoprirla.

Lo fa in una chiacchierata che parte da una battuta sulle aragoste e arriva a discorsi sulla poesia e il viaggio, con sviluppi inattesi. Ed è qui che sta l’unicità dell’artista di Borgosesia, proprio in quel suo essere capace di spaziare e mescolare argomenti e ricordi semplici e complessi, di dar poesia a momenti e dettagli, portandoli in musica.

Lo incontriamo a pochi giorni dalla partenza del tour 2016 di “In viaggio con Kerouac” (Togu Music), disco intenso, ricco di emozioni e condito da un tocco di ironia. Dopo “Un posto al sole”, la sit-com “7 vite” e la mini serie tv “Il bene e il male”, Seta, si prepara all’arrivo nelle sale cinematografiche con “Infernet”, diretto da Giuseppe Ferlino con Remo Girone e Ricky Tognazzi e, nel frattempo, ha avviato la tournee del disco che strizza l’occhio al guru della beat generation, Jack Kerouac.

Una vita in viaggio, quella di Luca Seta e i viaggi, si sa, hanno più anime. E, allora, narriamole e lasciamole distrarre da emozioni e momenti di vita attraverso brani che raccontano e si raccontano, scritti nei luoghi più disparati, «di getto, in un minuto, massimo due!» dice Seta. Il muro di una farmacia o il balcone di casa, il traghetto, il mare o in una notte insonne di creatività: ecco dove Luca scrive i suoi testi, in italiano e dialetto piemontese, riuscendo a rendere universali situazioni individuali, anche attraverso  l’umanizzazione di grandi personaggi della storia, raccontando, in fondo, la vita quotidiana di tutti noi. E se allora c’è, come dice Seta, «Una musica nella scrittura», essa è come la  felicità stessa, va cercata senza forzature, con lo sguardo all’orizzonte e i piedi nel presente. Preparatevi, allora, a un viaggio tra storie e luoghi, esperienze ed epoche al ritmo della poesia e del jazz con ritmi multiformi e istantanee vivissime e audaci, un tocco di teatro e uno di letteratura. Preparatevi a incontrare il fascino magnetico di una donna (Cavolo), a veder arrivare Dago all’orizzonte pronto a salvare Maria, condannata dall’inquisizione; perdetevi tra la magia di una nevicata (Fioca) o inveite contro i ritardi dei treni (Fanculo il treno);  ascoltate chi, come Marianna, ha una storia dura da raccontare o chi non lo potrà mai fare (La canzone di Marinella parte seconda); ritrovate un Che Guevara con il mal di denti e guardate il mare con Rina mentre ricordate di quando avete concluso una storia d’amore (Siediti qui) e avete immaginato di trovarvi in un campo di battaglia (Attila) o vissuto la guerra attraverso le parole di un nonno (Cun al fusil an man). E perdetevi, infine, tra l’amore «più facile da scrivere che da definire» che è un po’ come l’ispirazione, per Seta, «Simile all’inseguire un gomitolo trasparente con cui sta giocando un gatto, del quale intravedi il filo solo quando filtra la luce. In entrambi i casi, quando la sensazione, quella vera, arriva, non la fai scappare».

Esattamente come un invito al viaggio.

luca seta - gallery - nerospinto

Quando ha incontrato la scrittura di Kerouac? Cosa ha catturato la sua attenzione? Lessi Kerouac, per la prima volta, quando avevo 16 anni. I grandi scrittori hanno realizzato, secondo me, non testi ma partiture musicali. Quando lo leggevo, percepivo quella sua metrica ritmata, un’armonia meno schematica. Kerouac se lo riesci ad ascoltare, è potente e unico ma, ad ascoltare la musica della scrittura non s’impara, è un talento che va coltivato, come l’educazione alla bellezza.

Il riuscire a percepire queste corrispondenze tra arti è anche metafora della sua esperienza professionale in cui ha spaziato dalla musica al teatro, passando per televisione e cinema.  Era questo il suo sogno da bambino? In realtà non ho mai avuto un sogno chiaro, non credo di averci mai pensato più di tanto. A 18 anni avevo una mezza idea di fare teatro ma aspettai i 24 anni prima di entrare nella scuola di recitazione dove portai in scena l’Idiota di Dostoevskij. Mi piace l’idea di lavorare sull’oggi per costruire il domani dato che, come mi disse un amico, il passato non si può cambiare e il futuro non si può prevedere e, per questo, è importante più che cogliere, comporre l’attimo. In fondo, se dovessi riassumermi in una frase direi che “funziono meglio quando agisco che quando aspetto.

La musica è una costante della sua vita e tra i suoi pilastri ci sono Francesco Guccini, Francesco De Gegori, Rino Gaetano e Fabrizio De Andrè. Citiamo una canzone per ogni artista? Farewell  di Francesco Guccini: riesce a descrivere l’innamoramento in un modo unico con quelle parole meravigliose che parlano di “tintinnare del suo buonumore”. Di De Gregori Rimmel: racchiude la poetica e, anche se non capisci tutto quello vuol dire, tocca delle corde che non riesci ad immaginare. Rino Gaetano in Ad esempio a me piace il Sud riesce a far vedere, attraverso la sonorità, uno spicchio della sua anima. Con De Andrè è più complicato, sceglierei tutto con una predilezione per Le tre madri dove si dà voce alle madri dei due ladroni condannati insieme a Gesù.

A proposito di De Andrè, nel disco troviamo una sorta di tributo in La canzone di Marinella parte seconda... La scrissi leggendo sui giornali la vicenda di una ragazza ritrovata morta vicino al lago di Borgosesia. Anche lei senza una storia e un nome, come la Marinella di De Andrè. Questa canzone è una dedica per tutte le donne vittime di violenze e abusi, senza storia e memoria.

Nel disco troviamo anche due brani in dialetto piemontese, Fioca e Cun al fusil an man. Li raccontiamo? Il dialetto è un modo di raccontare attraverso un linguaggio poetico e ampio, potente e legato alla mia terra. Fioca l’ho scritta mentre rientravo da un concerto di Davide Van De Sfroos: nevicava e impiegammo quattro ore ad arrivare a casa. Sembrava che il cielo e i fiocchi fossero sospesi e che il tempo si fosse fermato. Cun al fusil an man è una dedica a mio nonno paterno, Giuseppe che fece la guerra quando aveva 18 anni e venne fatto prigioniero in Germania. Non ne parlava quasi mai e quando lo faceva chiamava “i miei fratelli” i ragazzi morti sul campo di battaglia. La scrissi sul muro di una farmacia, a Napoli, durante il set di 7 Vite. E’ stato strano scrivere di qualcosa di cui lui non mi aveva mai detto nulla ma, mentre lo facevo, era come se la nostra fosse una stesura a quattro mani anche se lui non c’è più da vent’anni.

C’è una frase dialettale che sente maggiormente sua? Mio nonno diceva sempre: “Va tut ben, matai” (“Va tutto bene, ragazzi”). La trovo una frase bellissima che riassume sia la vita di chi ha visto gli orrori della guerra sia il nostro non vedere cosa va bene e concentrarci sugli aspetti negativi. Dovremmo imparare a riconoscere le nostre fortune del momento ed esserne grati.

Mariella Cortès

Redazione Nerospinto

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