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Gli atteggiamenti delle Asana nello Yoga: dalla sala di pratica alla vita quotidiana

Capita spesso di pensare che i benefici delle Asana siano per la maggior parte di carattere fisico. Si giova del fatto che il mal di schiena scompare o si attenua, che il torcicollo è un ricordo lontano, che le emicranie si dissolvono e che si dorme meglio. Nel caso degli sportivi e in alcuni sport come la corsa o il rugby o baseball le posizioni Yogiche vengono addirittura utilizzate come vero e proprio metodo di preparazione atletica.

Non posso che riconoscere i benefici da un punto di vista fisico che la pratica dona. D'altronde il lavoro più superficiale che le Asana compiono è proprio sul corpo.

Ma tutto ciò è come voler vedere solo la punta di un grande iceberg.

Tutti gli atteggiamenti delle posizioni yogiche racchiudono in sé espressioni fisiche che ricadono nella sfera psicologica e comportamentale del praticante. Non è difficile rendersene conto. Difficile, invece, è ricordare ciò che si è fatto nella sala di pratica e portarselo con sé nella vita di tutti i giorni, a lavoro, in una relazione amorosa e non solo.

“L'essere immobili” in un Asana è uno status del corpo che piano piano calma la mente e blocca il continuo fluire di pensieri. L'immobilità insegna al praticante che la mente può esser mantenuta ferma come si mantiene fermo un arto o un polpaccio o una gamba. Possiamo provare questa sensazione in posizioni semplici come Shalabhasana (la posizione del cadavere), Tadasana (la posizione della montagna) e in generale in tutte le posizioni che, come insegna Patanjali, “devono essere stabili e comode”. “Costringere” il corpo all'immobilità porterà pian piano il fluire dei pensieri a congelarsi innescando una reazione di rilassamento sempre più profonda. Nella posizione del cadavere, alcune volte, sembra addirittura che il peso degli arti a terra sia doppio. Perché? Beh, magari ci rilassiamo per davvero lasciando stare i movimenti meccanici (anche un po' inutili alle volte) che generano tensioni che si ripercuotono anche a livello caratteriale.

“Aprire il petto”. Nelle posizioni dello Yoga l'atteggiamento di apertura è un “must” (per usare un termine contemporaneo). Aprire il petto quando di solito lo si chiude per difesa personale nella vita quotidiana invita il praticante a fidarsi di più del mondo esterno, a non sembrare un cane rabbioso appena vede altra gente ma ad esser amichevole ed espressivo verso ciò che è nella realtà nella quale si è immersi. Mi domando, e vi invito a riflettere: ci chiudiamo con le spalle e il petto per difenderci da cosa? Non penso ci sia un killer ad attenderci sotto casa. E sicuramente non è chiudendo le spalle e affondando la faccia in una sciarpa che possiamo sperare di difenderci. L'attenzione e l'apertura, invece, aiutano a difendere la nostra mente. Queste qualità arrivano dall'interno di noi stessi, senza andare troppo lontano, da un io che si affaccia con coraggio al mondo e ne trae insegnamenti. Non è tutto rose e fiori là fuori ma mi piace pensare all'esterno come un campo in cui anche una mela marcia può insegnar qualcosa. Ma, se non apriamo il petto, cosa pensiamo di guardare se non la solita sciarpa dove affondiamo il naso? Alcune posizioni in cui “apriamo il petto” sono Bhujangasana (posizione del cobra), Ustrasana (posizione del cammello), Bandhasana (posizione del ponte).

“Fissare lo sguardo”. Credo che tra i sensi che abbiamo a disposizione quello della vista, intesa come sguardo, paradossalmente sia il meno allenato. Capita spesso che i nostri occhi comunichino tutto il contrario di ciò che in realtà stiamo pensando e provando a causa della completa sconnessione tra la mente e le nostre “smorfie”. In alcune Asana, come le tre figure del guerriero Virabhadra (Virabhadrasana) lo sguardo assume un ruolo fondamentale. Nel momento in cui la posizione è completa lo sguardo diventa fiero e penetrante in modo tale da esprimere la stessa fierezza che la figura del guerriero richiede. In generale anche altre Asana ci insegnano a mantenere lo sguardo dritto e fisso, in modo tale da riuscire a incanalare la concentrazione necessaria e a non disperdere l'intensità della pratica in uno sguardo che guarda i “fatti” del vicino di tappetino. Allenando lo sguardo, rilassandolo e intensificandolo si avrà maggiore consapevolezza della capacità di comunicare solo con gli occhi non proferendo parola: capacità che contraddistingue da sempre l'essere umano da un oggetto di fredda materia.

Un Asana dovrebbe essere come un bracciale al quale siamo particolarmente legati: lo indossiamo sempre. Anche quando la posizione è giunta al termine, assieme alla pratica, dovremmo portare con noi l'atteggiamento regale che ci propone: aprire il petto, le spalle, portare l'attenzione al respiro e alla dimensione divina del presente. Ovviamente ci sono molti altri atteggiamenti che si riflettono al di fuori della sala di pratica ma a voi la scoperta o la ri-scoperta (certe posizioni anche dopo molto tempo nascondo altri atteggiamenti da coltivare).

Un Asana non dev'esser considerata una mera posizione che termina dopo averla eseguita ma un grande “consiglio di vita” che ci porteremo anche nella vita di tutti i giorni, nel nostro “mood” quotidiano.

Namaste, Vittorio Pascale

Allievo praticante di Yoga Integrale presso il centro Parsifal Yoga di Milano Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano Fondatore della pagina Fb: Yogamando hai domande? Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Redazione Nerospinto

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